Parole deboli

Quando comunichi ci sono delle forme verbali o delle parole che vanno utilizzate con molta cautela.

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Prendiamo, per esempio, il vero pensare nell’accezione di credere qualcosa.

Immagina di essere in un ristorante gourmet, di aver ordinato un piatto particolare e costoso e di avere là presente il cuoco a descriverne la prelibatezza.

Come ti sentiresti se lo chef, magari super stellato, dopo averne decantate le qualità terminasse il suo discorso con un “penso sia buono”?

Saresti ancora convito di stare per gustare una pietanza deliziosa?

Probabilmente un dubbio s’insinuerebbe nella tua mente, quello di star pagando molto un piatto che “forse” è buono, proprio perché lo stesso creatore della ricetta “pensa” che lo sia, ma non mostra di esserlo convinto del tutto.

La formula “penso che” non mostra convinzione, né tanto meno una presa di impegno.

“Penso che riprenderò a fare palestra”, “penso che mi metterò a dieta”, “penso che studierò di più”.

Questa formula è anche debole nei confronti di te stesso perché ascia sempre una possibilità di fuga, un dubbio.

Tra l’altro la parola dubbio etimologicamente esprime incertezza di giudizio su due differenti e/o contrarie interpretazioni di un fatto.

Se punti ad avere credibilità, utilizza il verbo pensare con molta attenzione e parsimonia.

Al suo posto usa “sono certo che” o semplicemente il futuro semplice e vedrai che il tuo discorso ne guadagnerà in potenza.

 

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Pensare al contrario

Pensare al contrario significa essere liberi e soprattutto ci porta a sperimentare nuove soluzioni.

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Quando pensiamo al parlare in pubblico focalizziamo la nostra attenzione sull’atto del parlare e questo ci porta a sottovalutare una serie di fattori importanti: immagine e suono.

Il suono arriva prima delle parole. Le parole hanno bisogno di essere processate mentre il suono no.

Quante canzoni in un’altra lingua amiamo di cui non ci siamo mai nemmeno preoccupati di sapere quello che dicono. Eppure le associamo a momenti della nostra vita importanti al punto, a volte, di essere colonna sonora della nostra esistenza.

Il suono è più potente delle parole e ancor di più lo è l’immagine.

L’immagine viaggia alla velocità della luce e colpisce la nostra retina in una frazione di secondi. Agisce inconsciamente e crea la cosiddetta prima impressione, quella che rimane impressa molto a lungo, a volte per sempre.

Un buon speaker non può non tener conto di questi fattori.

Se quando parli, reduce di esperienze scolastiche, tendi a focalizzare tutta la tua attenzione sul testo stai commentando un grave errore.

Il paraverbale, cioè il modo di utilizzare la voce e il non verbale lavorano a livello inconscio e sono molto ma molto potenti.

Tienilo presente e fai l’inverso di quello che hai fatto fino ad ora.

Ne ho parlato in maniera più approfondita qui.

 

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Dare ordini

Un leader deve anche saper dare ordini, ma ricevere ordini non piace a nessuno.

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Come fare? Partiamo dicendo che ci piacciono i leader che sono in prima fila, che sanno dare l’esempio, che sanno ascoltare e che sanno essere sempre di supporto al proprio team.

Ciò non toglie che uno dei compiti di un leader sia quello di guidare il gruppo, di suddividere i compiti e di dare ordini!

 


Sapere come fare, utilizzare la formula giusta può aiutarti a non indisporre il tuoi collaboratori.

Facciamo un esempio di uno scenario possibile.

Siete il leader di un’azienda e, entro un’ora, sta per cominciare la conferenza stampa di presentazione di un vostro importante progetto. Si aspettano, quindi, giornalisti, autorità, il boss dei boss e chi più ne ha, più ne metta.

Supponiamo ancora che, causa un imprevisto, siete terribilmente in ritardo e ci sono ancora le cartelline e i badge da preparare, i posti da riservare e soprattutto il buffet da allestire. La sfortuna ha voluto che anche il bar di fiducia fosse oggi senza personale sufficiente e non ha nessuno a cui poter affidare la consegna dei tramezzini.

Ora, il tuo team è composto da gente super qualificata, ingegneri, avvocati, commercialisti e dare ordine di andare a ritirare i tramezzini è molto imbarazzante.

Come chiedere e soprattutto a chi chiedere!

Un bel problema. Immagina cosa potrebbe succedere se dicessi: “Dott.ssa Rossi, potrebbe occuparsi di andare a ritirare i tramez… “ oppure “Ing. Bianchi, ci sono dei tramezzini che andrebbero ritirat… “. Già sento i sindacati bussare alle porte!

In questo caso la comunicazione intelligente ci viene in soccorso.

Guarda il tuo team, chiedi un momento di attenzione e chiedi: “Abbiamo un problema con il buffet. Dal bar non possono mandare nessuno. Avrei bisogno di qualcuno che vada a ritirare i tramezzini”.

Za za! Il gioco è fatto. Stai dando un ordine senza darlo. Stai chiedendo un aiuto, stai facendo appello al senso di responsabilità della tua squadra, stai dando a loro la possibilità di scegliere.

La formula “Avrei Bisogno di” è quindi la formula vincente.

Mettila in pratica e vedrai che avrai grandi risultati.

Ora avrei bisogno che condividessi questo link con tutti i tuoi amici ;)

 

Alla prossima

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Conduci il gioco

Chi conduce la conversazione è colui che sa far domande.

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Le domande sono un gioco stimolante per il cervello e ti permettono di scoprire molte cose del tuo interlocutore.

É necessaria, a questo punto, una premessa.

Le persone amano parlare di sé. Amano raccontarti quello che fanno, i loro amori, le loro passioni. Ogni genitore, per esempio, ama parlare dei propri figli, specialmente se piccoli. Quante volte ti tocca vedere interi album di foto e video sui cellulari?

 

Potremmo parlare di “comm-YOU-nication”, cioè di una conversazione sbilanciata verso chi ti sta di fronte.

I riflettori sono puntanti su di lui e non su di te e questo va benissimo.

Facendo domande, potrai mettere a tuo agio il tuo interlocutore, imparare, scoprire quello che gli piace e anche quali sono i suoi bisogni e questo, in caso di vendita, è fondamentale.

Se non scopri i bisogni del tuo cliente, non potrai mai trovare il modo di soddisfarli.

Un consiglio: le domande devono essere “aperte”, cioè domande che non prevedono risposte “secche”, del tipo “sì-no”.

 

Per esempio: cosa ti ha spinto a visitare l’Italia? Come ma hai preferito visitarla in inverno anziché in estate”, etc.

Il perché potrebbe creare imbarazzanti silenzi e porvi di fronte al muro del: perché sì, perché no, o peggio, del perché il Papa non è Re!

 

 

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Conferenze, che disastro!

Le conferenze sono spesso un disastro!

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M’intrufolo spesso a conferenze di vario tipo, un po’ per curiosità e un po’ per capire quello che funziona e quello che non funziona.

Mi torna molto utile durante i miei corsi.

Quello che vedo è che una grande percentuale delle persone che parla in pubblico non ha idea di come si stia su un palco.

E lo si nota nei primissimi secondi.

Voglio essere chiaro, questo non ha nulla a che fare con il livello di preparazione dell’oratore.

Ho avuto il piacere di apprendere cose che non sapevo, ma con che fatica! Anche chi è abituato a presentare da anni risulta spesso noioso, incapace di creare una relazione col pubblico, preso dal suo discorso e dalle sue slide, senza che se ne renda conto.

Il palco ha delle regole ben precise e, al solito, non dimentichiamoci che lo scopo di tenere una conferenza è proprio quello di poter condividere col publico delle conoscenze.

Se si rimane chiusi nella propria bolla di competenze, senza far sì che nessuno possa accedervi con piacere, tutto il lavoro rimane inutile.

Ci sarebbe tanto da dire e mi riprometto di parlarne in altri articoli del blog, ma un primo consiglio è quello di utilizzare meno del tempo che vi hanno concesso.

Se dovete parlare per 60 minuti, parlate per 45, 50 minuti.

Utilizzate il resto del tempo per delle domande, per delle interazioni col pubblico.

Non dimenticate mai che quello che conta in un discorso, quello che deve essere chiamato all’azione, qualsiasi essa sia, è chi vi siede di fronte.

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